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Giochi di apparenze
2 Mar 2026

Giochi di apparenze

Post by la redazione

L’arte del camuffamento

a cura di Marla

Gli imenotteri sono un gruppo di insetti particolarmente interessante dal punto di vista evolutivo e la maggior parte di essi sono legati fra loro da diverse caratteristiche comuni: due paia di ali a membrana, sei zampe, due antenne, corpo segmentato, pungiglione, e… look.

In questo articolo parleremo proprio dell’aspetto fisicoe di alcuni insetti (e un intruso) e di come la natura abbia ‘confezionato’ per loro delle funzionali divise in cui si cela il risultato della selezione naturale che consente di affrontare l’eterna lotta preda-predatore.

Che sia per cacciare, nascondersi o comunicare, il senso della vista è una delle chiavi di sopravvivenza in natura; lo sanno bene gli uccelli che, come predatori, hanno fatto della percezione visiva una strategia di caccia vincente.

Per contro, alcune specie, come tattica difensiva ricorrono al mimetismo per nascondere la propria presenza utilizzando determinate colorazioni.

Il più noto è il mimetismo criptico. Un classico esempio sono il camaleonte o la mantide religiosa (foto 1) che si adattano ai colori dell’ambiente circostante diventando quasi invisibili agli occhi dei predatori.

mantide

Foto 1. Il camuffamento della mantide religiosa non è dato solo dal colore (verde, marrone o rosa) ma anche dalla sua forma e dalla capacità di restare immobile per molto tempo, o di muoversi lentamente, permettendole così di passare inosservata sia agli occhi dei predatori che delle sue stesse prede.

Se il tentativo di camuffamento dovesse fallire si può sempre ricorrere alle armi chimiche. La colorazione della pelle e le sue bitorzolute irregolarità rendono i rospi perfettamente mimetizzati tra sassi e terriccio, ma se disturbati, le specie del genere Bufo (Foto 2), sono in grado di secernere una sostanza velenosa ricca di bufotossine.

Dall’icona della genialità, Homer Simpson, abbiamo imparato che leccando questi anfibi si possono intraprendere dei piacevoli viaggi psichedelici; nonostante la realtà sia un po’ diversa, salterei a piè pari modalità di estrazione e consumo della bufotenina ricavata dal rospo del deserto di Sonora (Incilius alvarius) ma in generale possiamo dire che il grado di tossicità di queste sostanze varia da specie a specie causando fastidiosi sintomi anche nell’uomo oltre che, ovviamente, nei potenziali predatori (cani e gatti compresi): onde evitare forti irritazioni delle mucose, alterazioni cardiache e nervose, paralisi o convulsioni, meglio ‘non ingoiare troppi rospi’ e lasciarli svolgere indisturbati il loro ruolo di insetticidi naturali.  

Ma se da un lato c’è chi si nasconde, dall’altro c’è chi ha scelto di difendersi mettendosi in mostra segnalando la propria presenza.

Ma come!? Prede che preferiscono farsi notare invece di fuggire!?

Diversi gruppi di imenotteri, infatti, adottano il mimetismo aposematico, cioè segnalano la propria pericolosità esibendo specifiche colorazioni al fine di lanciare un chiaro messaggio al proprio predatore: ’Occhio che pungo!’. Non so cosa possa passare nella mente di un uccellino alla vista di un’ape o un calabrone, ma nell’uomo questa tattica mimetica funziona alla grande: insetto giallo e nero=puntura!

L’aposematismo si affida alla memoria individuale del predatore e non tanto a quella genetica; gli uccelli insettivori, ad esempio, non evitano per istinto quel determinato tipo di colorazione ma devono imparare a proprie spese, nei primi periodi di vita, che predando quella tipologia di insetti, possono essere punti.

Sorge, a questo punto, un legittimo dubbio. Perché il gruccione è così refrattario dall’imparare la lezione?

Merops apiaster (Foto 3) -già il nome la dice lunga- è un abilissimo predatore di imenotteri proprio perché ha sviluppato una singolare tecnica di caccia: è infatti in grado di disarmare l’insetto prima di ingerirlo sbattendo il suo pungiglione su una superficie dura; fortunatamente per vespe, api e… apicoltori, questo variopinto uccellino rientra tra le eccezioni mentre per gli altri vige la regola dell’addestramento acquisito mediante esperienze negative.

gruccione

Foto 3. Coppia di Merops apiaster durante il dono nuziale. Il nome scientifico del gruccione è composto dal termine ‘Merops’ dal greco ‘mangiatore di api’ e l’epiteto ‘apiaster’ che dal latino può essere tradotto come ‘mangiatore di api’…insomma con la sua classificazione Linneo ha forse peccato di ridondanza ma il concetto è estremamente chiaro!

Ecco spiegato perché le specie aposematiche non si nascondono o fuggono, al contrario, mettono in mostra la propria presenza; lo scopo è di far allontanare il predatore ancor prima che questi inizi l’attacco nei loro confronti.

I principali colori aposematici utilizzati dagli imenotteri sono sostanzialmente giallo, rosso e arancio, più o meno intensi, su uno sfondo nero che tende ad esaltarne il contrasto.

Quando gli stessi colori vengono condivisi tra gruppi o specie, anche non imparentate tra loro, ma comunque tutte ‘inappetibili’ (=pericolose), il fenomeno prende il nome di mimetismo mulleriano. Ed è qui che entrano in gioco gli insetti aculeati: api, bombi, calabroni, vespule, polistes, ecc… che hanno in comune colorazioni aposematiche simili nonché essere tutte realmente pericolose per il predatore. Questa relazione mutualistica permette loro di beneficiare della protezione data dal segnale, così che pochi individui verranno ‘sacrificati’ alla predazione; una volta che il predatore avrà imparato ad evitare le prede con quel tipo di colorazione TUTTI ne trarranno vantaggio con un tasso di mortalità inferiore rispetto ad altre specie con caratteristiche cromatiche diverse.

Furbetti, eh!? Ma c’è chi lo è ancora di più!   

Nel mimetismo batesiano, invece, una specie commestibile (=non pericolosa), per evitare di essere predata, imita le caratteristiche cromatiche di una specie non commestibile che i predatori hanno già imparato ad evitare. Per far sì che il mimetismo batesiano funzioni senza ridurne la veridicità, è importante, però, che il numero dei mimi sia inferiore a quello dei modelli.

Foto 4
Foto 5

Vespidi e apidi, infatti, fungono da modelli ad insetti che presentano una colorazione aposematica a strisce gialle e nere nonostante siano una specie commestibile. Ad esempio Bombus lapidarius (Foto 4) funge da modello per l’innocuo dittero Voucella bombylas (Foto 5), oppure le specie del genere Polistes (Foto 6) mimate da Helophilus pendulus (Foto 7) sempre della famiglia dei sirfidi.

Foto 6


Foto 7. Helophilus pendulus, il sirfide ‘amante delle paludi penzolanti’ (questo il significato del suo nome); ama vivere in prossimità di corpi idrici, dai grandi laghi a pozzanghere fangose

Oltre ai noti sirfidi, troviamo anche coleotteri (Foto 8) e lepidotteri (Foto 9) in grado di imitare non solo il pattern cromatico degli imenotteri, ma anche i loro rapidi movimenti nonché il caratteristico ronzio.

Foto 8. Il cerambicide Clytus arietis depone le sue uova nel legno in decomposizione che servirà poi da nutrimento per le larve mentre gli adulti si alimentano di polline e nettare; ciò giustifica la necessità di questo coleottero di imitare gli imenotteri utilizzando il memetismo batesiano come arma di difesa.  Un consiglio!? Attenzione a non disturbarlo, può emette un ronzio (giusto quello però!)

Foto 9. Sesia apiformis, una falena diurna, simula nei colori e nel portamento una grossa vespa tanto che potrebbe essere facilmente confusa con un esemplare di Vespa crabro. Le sue movenze e il ronzio emesso in volo, insolito per le falene, aiuta a rendere l’inganno ancor più efficace.

Sempre in tema lepidotteri è interessante il caso del mimetismo mulleriano tra Amata phagea (Foto 10), nota come ‘pretino’, e Zygaena ephialtes. Queste due falene diurne differiscono geneticamente l’una dall’altra ma sono entrambe inappetibili ai predatori poiché tossiche se ingerite. Non hanno quindi la necessità di mimare altri insetti perché sono in grado di ‘difendersi’ da sole, ma grazie ai colori aposematici utilizzati, giallo e nero, inviano, insieme agli imenotteri, un forte ed unico messaggio di avvertimento. 


Foto 10. Amata phagea (nota personale e di scuse a questo grazioso lepidottero). Ho imparato da mia madre ad amare la natura, la quale però si è sempre tenuta a debita distanza dai rigori scientifici tassonomici, inventando di sana pianta nomi di piante, fiori e animali. Sarebbe stato sufficiente chiamarla ‘pretino’, ‘monachella’ o ‘Maria Filogna’, invece no. Fu così che mi presentò Amata p. come ‘la farfallina tonta’. Quello era il suo nome, senza se e senza ma. Perdonami Amata se proprio a causa del tuo volo lento e prevedibile ho trascorso interi pomeriggi estivi a rincorrerti e catturarti

Dopo questa digressione personale torniamo dai nostri imenotteri. A quanto pare anche in natura vige il detto “fatta la regola, trovata l’eccezione”. Esiste infatti un apoideo che ha deciso di rompere gli schemi e di distinguersi nettamente dalle sue ‘cugine’. Essendo una specie solitaria e preferendo costruire il suo nido all’interno del legno, l’evoluzione ha pensato bene di dotarla di un colore differente. Parleremo di lei e della sua cangiante livrea nel prossimo articolo.

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