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27 Feb 2020

Le fioriture di fine inverno

Post by Andrea Marziali

Gli ultimi mesi del 2019 ed i primi del 2020 saranno ricordati a lungo per le scarsissime precipitazioni e per le temperature fuori norma che hanno sconvolto non solo il “sistema alveare”, con famiglie con covata già su 3 telai a metà gennaio, ma anche l’insieme delle fioriture di fine inverno-inizio primavera; per alcune, come il mandorlo, è cambiato poco poiché è solito anticipare tutti gli altri Prunus, per altre, al contrario, è stata una forzatura, con anticipazioni della fioritura anche di diverse settimane rispetto alle date canoniche.

Oggi passeremo in rassegna alcune delle fioriture che possiamo incontrare nelle nostre campagne e che hanno un’importanza apistica decisamente rilevante, poiché sono le prime fonti di approvvigionamento per le nostre amiche dopo la pausa invernale.

Prunus dulcis (Mill.) D.A.Webb (mandorlo)

Pianta legnosa con portamento arboreo appartenente alla famiglia delle Rosaceae, è sempre una fra le prime a fiorire: il mandorlo è già a primavera quando tutt’intorno è ancora inverno.

Mandorlo in fioritura (foto dell’autore)

Come tutte le piante da frutta di questa famiglia non ha un elevato potenziale mellifero, che generalmente si attesta fra i 20 ed i 40 kg/ha, ma riveste, comunque, un discreto interesse apistico poiché fornisce sia nettare che polline (dal colore verdastro) in un periodo notoriamente privo, o quasi, di fonti trofiche.

Ape in fase di bottinamento su mandorlo (foto dell’autore)

Sinapis alba L. (senape bianca)

Pianta comunissima (assieme alla cugina S.arvensis) appartenete alla famiglia delle Brassicaceae o Cruciferae, spesso infestante delle colture ed ancor più spesso presente lungo i bordi delle strade, dove forma vere e proprie barriere di colore giallo vivace.

Senape bianca ad inizio fioritura (foto dell’autore)

Facilmente riconoscibile, osservandola da vicino, per i fiori costituiti da 4 petali inseriti a forma di croce sul ricettacolo ( da cui il nome) e riuniti a formare dei racemi allungati o globosi. E’ pianta odiata dagli agricoltori poiché i semi possono rimanere quiescenti nel terreno anche oltre 50 anni. Trovata in fioritura già a dicembre, generalmente si mostra dopo metà febbraio, fornendo ottime scorte di polline (giallo) e nettare, con un potenziale mellifero di 35 kg/ha e ca. 0,41 mg di zucchero per fiore. Ha una rappresentatività discreta nei mieli

Diplotaxis erucoides (L.) DC. (ruchetta selvatica)

Parente della senape, appartiene, infatti, alla stessa famiglia. Anche questa è pianta che si manifesta come infestante negli oliveti, nei vigneti o nei campi dove viene generalmente preceduta da colture a foglia larga (per le quali non è previsto diserbo preventivo o in fase di coltivazione).

Diplotaxis infestante su terreno che ha ospitato cavoli da seme (foto dell’autore)

Fiorisce praticamente tutto l’anno ma presenta comunque dei picchi attorno a metà ottobre e metà febbraio, così da risultare determinante nell’approvvigionamento di scorte di polline (giallo verdastro) e nettare per l’inverno oppure al ritorno della vita attiva dell’alveare ad inizio primavera.

Diplotaxis erucoides, particolare dell’infiorescenza (foto dell’autore)

E’ una delle poche brassicacee in grado di dare origine a mieli uniflorali che hanno le stesse caratteristiche di quelli di colza

Taraxacum officinale group (tarassaco, soffione, pisciacane, dente di leone)

Sicuramente è pianta nota a tutti, nonostante presenti una variabilità intraspecifica davvero elevata per cui non si parla di Taraxacum officinale come specie ma come gruppo, la cui determinazione è demandata a botanici davvero esperti. Pianta comunissima in tutto il territorio nazionale, appartenente alla famiglia delle Asteraceae o Compositae, fiorisce praticamente tutto l’anno con picchi generalmente a fine inverno – inizio primavera.

Taraxacum officinale group (foto dell’autore)

E’ pianta perenne comune nei luoghi erbosi sia in pianura che in montagna. E’ molto visitata dalle api sia come fonte di polline (arancione) che di nettare.

Tipico soffione del Tarassaco (foto dell’autore)

Ha un potenziale mellifero sui 200 kg/ha ed ogni fiore fornisce ca. 1 mg di zucchero che può sembrare molto poco ma va considerato che ogni tarassaco, in realtà, è un’infiorescenza (da cui il nome di Compositae) composta da diverse decine di fiori ligulati. In alcune zone dà origine anche a mieli uniflorali giallo chiaro dall’aroma e dal profumo non a tutti gradito per la leggera nota ammoniacale, ma che risulta comunque molto dolce.

Veronica persica Poir. (veronica della Persia, querciola)

Vi sarà capitato sicuramente, passeggiando in campagna, di trovarvi a calpestare interi tappeti di questa specie di Veronica che, purtroppo, sta soppiantando le cugina V. arvensis, in quasi tutti gli ambienti.

Veronica persica (foto dell’autore)

In effetti è pianta alloctona fortemente invasiva , ormai subcosmopolita, appartenente alla famiglia delle Plantaginaceae. Nonostante questo suo difetto, risulta comunque gradita alle api che ne ricavano discrete quantità di polline di colore biancastro. In fatto di polline, per le api, la Veronica non è la prima scelta, nel senso che se in zona ci sono pollini più appetibili, semplicemente, non la prendono in considerazione.

Echium plantagineum L. (erba viperina)

Pianta non comunissima ma comunque presente su tutto il territorio nazionale con esclusione di Piemonte e Val d’Aosta. Appartenente ad una famiglia molto amata dalle api, quella delle Boraginaceae che presenta, generalmente, potenziali melliferi molto elevati. Si presenta spesso come una pennellata di azzurro lungo i bordi asciutti di qualche strada secondaria.

Echium plantagineum , particolare dell’infiorescenza (foto dell’autore)

E’ pianta tipica degli incolti e dei pascoli aridi dove la si può trovare fiorita, generalmente, fra marzo e settembre. Ha un potenziale mellifero di oltre 500 kg/ha e le api la visitano sia in cerca di abbondante nettare sia per il polline (di colore violetto) che ha una rappresentatività discreta nei mieli. Non sono molto comuni i mieli uniflorali. La pianta risulta di grande interesse soprattutto nelle estati aride poiché poche piante riescono ad essere nettarifere nonostante la scarsità di precipitazioni, evento ormai comune nelle nostre lunghe stagioni estive.

Borago officinalis L. (borragine)

Appartenente alla stessa famiglia dell’Echium, è anch’essa molto amata e ricercata dalle api anche se la si trova su terreni preferibilmente ricchi (concimati) e ruderali con una certa umidità, indifferentemente sabbiosi o argillosi, ad altitudini non superiori agli 800 – 1000 metri s.l.m.

Borago officinalis al margine di un campo coltivato ad orzo (foto dell’autore)

La si può trovare fiorita durante tutto l’anno ma, come moltissime altre piante, presenta dei picchi di fioritura a fine inverno ed inizio autunno. Come l’Echium, ha un potenziale mellifero superiore a 500 kg/ha e le api visitano la borragine sia per l’abbondante nettare che per il polline che, però, risulta poco presente nei mieli. E’ pianta annuale, come la senape e la ruchetta, per cui gli individui che vediamo sono nati e si sono sviluppati nella stagione in corso.

Borragine, particolare dei fiori (foto dell’autore)

Rosmarinus officinalis L. (rosmarino)

In questa nostra carrellata di piante, l’ultima che prenderemo in considerazione è anche una delle più amate dalle api, il rosmarino. Nella nuova nomenclatura la pianta è stata spostata nel genere Salvia (ora è Salvia rosmarinus Spenn.). Appartenente alla famiglia delle Lamiaceae, una fra le più ricercate da tutti gli apoidei per gli alti potenziali melliferi e per il sapore del nettare. Come forse già saprete, a parità di ricompensa in nettare, se un’ape dovesse scegliere fra un fiore giallo ed uno azzurro, sceglierebbe l’azzurro ( colore quasi sempre presente nelle fioriture delle lamiaceae); probabilmente, come noi, hanno preferenze in fatto di sapore o di concentrazione di zucchero nel nettare o, più semplicemente, associano quel colore a nettari di qualità superiore.

Rosmarino officinale nella varietà ‘prostratus’ (foto dell’autore)

E’ un arbusto molto vigoroso, che in condizioni favorevoli può estendere la fioritura su diverse settimane. Lo si può trovare fiorito quasi tutto l’anno, anche qui con picchi attorno al mese di marzo e rifiorenze verso settembre. E’ uno dei componenti della macchia mediterranea, lo si ritrova dal livello del mare fino a ca. 800 metri di altitudine, su terreni calcarei ed aridi. Ha un potenziale mellifero superiore a 500 kg/ha ed ogni singolo fiore fornisce, in media, 0,89 mg di zucchero.

Ape che bottina su rosmarino (foto dell’autore)

Come per quasi tutte le lamiaceae, le api fanno incetta di nettare prelevando pochissimo polline. Sono noti mieli uniflorali di rosmarino dal sapore gradevolissimo, colore chiaro e cristallizzazione molto fine. Una pianta che può dare grandissime soddisfazioni all’apicoltore in quanto facile da coltivare ed altrettanto da reperire in vivaio, in vasetto 14 a prezzi non oltre 1,50 euro cad. al pubblico.

Non mi resta che augurarvi buone passeggiate.

Bibliografia:

https://www.actaplantarum.org/index.php

Giancarlo Ricciardelli D’Albore – Francesco Intoppa

  • FIORI ED API IN EUROPA (PDF)
  • COLTIVARE PIANTE MELLIFERE – Ed. Apinsieme (2016)

Thomas Silberfeld – Catherine Reeb

  • GUIDE DES PLANTES MELLIFèRES – Ed. Delachaux & Niestlé (2013)

AA.VV.

  • GUIDA PRATICA AI FIORI SPONTANEI IN ITALIA – Selezione dal Reader’s Digest (6a ristampa febbraio 2001)

2 Comments

Serena Marzo 7, 2020 at 8:33 pm - Reply

A proposito di fioriture di fine inverno, vorrei chiedere un parere sugli olmi. Nelle annate fortunate gli olmi fornivano un eccellente carburante per una buona alimentazione degli alveari; da due anni però le piante di olmo si stanno seccando con una rapidità impressionante. So che gli olmi si ammalano da tanto tempo, ma non l’avevo mai visto coi miei occhi. Non capisco se questa sia una recrudescenza della malattia, se ci siano fattori esterni che ne facilitino la diffusione. Tu Andrea che ne pensi? grazie, Serena

Andrea Marziali Marzo 8, 2020 at 9:52 pm - Reply

Gli olmi delle nostre zone appartengono quasi tutti alla specie U. minor, olmo comune o campestre. Fin dagli anni 50 del secolo scorso sono sotto attacco da parte di una malattia fungina, la grafiosi, che viene veicolata o tramite dei piccoli coleotteri Scolitidi o direttamente da pianta a pianta attraverso le anastomosi radicali. Il fungo si sviluppa direttamente dentro i vasi linfatici con preferenza per quelli più grandi ed attivi, presenti nelle piante adulte, causando delle tracheomicosi, cioè delle vere ostruzioni ai flussi linfatici, con disseccamento repentino dell’intera pianta, generalmente nei periodi estivi. Ormai l’olmo campestre allo stadio adulto si ritiene quasi estinto. Si ritrova solo in forme giovanili e fortemente pollonanti, anche se la malattia inizia a falcidiare esemplari giovani che fino a qualche anno fa sembravano immuni. Dopo la scomparsa di moltissimi olmi adulti si è verificato un tracollo anche nella popolazione degli scolitidi, cosa che potrebbe spiegare la maggiore mortalità dei giovani, interessati da specie di scolitidi differenti rispetto alle prime ondate. Gli ultimi due anni hanno mostrato una massiccia moria esattamente come si era verificato negli anni ’50 e ’70. Non essendo piante di elevato interesse per l’industria, nessuno si è mai preoccupato di cercare una cura.

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